Questa cosa che a quarant'anni, a cinquanta e anche a sessanta, siamo tutte quante belle, in forma, attivissime e scatenate mi atterrisce un po'.
Ho il sospetto che a quarant'anni, a cinquanta, tanto più a sessanta e settanta, la voglia di essere belle, in forma, attive e scatenate tutto in una volta, sia soggetta a una certa intermittenza.
C'è il giorno che spaccheresti il mondo e il giorno che anche una sessione di piccolo punto ti si presenta come una sfida temeraria.
Il fatto è che a vent'anni il mondo lo spaccheresti sette giorni su sette e dai per scontato che quella inesauribile energia (tre ore di sonno per notte senza perdere un colpo, quattro piatti di pasta al giorno senza prendere un grammo), costituisca la normalità della condizione umana.
Non ho le idee chiare su quale sia la normalità della condizione umana. Ogni età tende a eleggere se stessa come norma. A un ottantenne può sembrare pazzesco che al mondo ci sia qualcuno che va a dormire dopo le dieci e si sveglia dopo mezzogiorno. Così come un ventenne può trovare assurdo non avere più voglia di uscire la sera per fare baldoria con gli amici.
Allora mi domando: quand'è che uno può mollare? Quand'è che uno può cominciare a dire "sono stanco"? Quand'è che uno può permettersi finalmente di essere grasso o di non avere più voglia di lavorare?
Dove finisce la salita e finalmente si può pedalare in pianura, o levare persino il sedere dal sellino?
Quand'è che una può smettere di voler essere un irresistibile oggetto sessuale per sperimentare identità meno pericolanti? Non è che ci stiamo mettendo in trappola da soli?
E da sole, soprattutto.
C'è qualcosa di così commovente e riposante e dignitoso nel cedere a se stessi!

















