Ernest Henry Shackleton era un esploratore dei primi del 900.
Uno di quei tizi da foto in bianco e nero, colletto alto, capelli acconciati con perfetta simmetria centrale.
Il buon Henry aveva un chiodo fisso: lui voleva raggiungere il polo sud.
Ora, ai suoi tempi non l'aveva ancora fatto nessuno, e poi in realtà non è che fossero in molti ad essere interessati alla cosa.
Lui invece, mezzo agricoltore, un po' medico e molto irlandese s'era messo in testa di fare l'esploratore.
E voleva il polo sud.
Ci provò 4 volte a raggiungere il polo sud, anche se la prima delle 4 spedizioni non fu sotto il suo comando.
Ma la fortuna non sempre aiuta gli audaci.
La verità è che non ne sapeva molto di spedizioni in condizioni estreme: per esempio non aveva alcuna nozione di conduzione di mute di cani. Perché se nasci in Irlanda e fai l'agricoltore non è che la cosa ti serva molto.
Se proprio vogliamo dirla tutta, non era nemmeno uno sciatore provetto, visto che alla facoltà di medicina che aveva frequentato per un po' non erano previsti esami in materia.
Così imparava sul campo e quando non sapeva improvvisava: nella prima spedizione da lui comandata (il suo secondo tentativo), memore dell'esperienza coi cani da slitta della precedente, pensò di portarsi dietro dei pony.
Pony.
Certo, non pony qualunque, pony della Manciuria.
Un po' più abituati al freddo diciamo.
In realtà, non che di pony ne sapesse di più che di cani da slitta; e infatti gli rifilarono una serie di pony malati che dovettero poi essere abbattuti.
Nel frattempo un altro esploratore, Amundsen, aveva raggiunto il polo sud prima di lui che aveva rinunciato per non mettere a rischio la vita del suo equipaggio.
Shackleton poteva vantare di aver detenuto per 3 anni il primato di avvicinamento al polo sud.
Magra consolazione per uno come lui.
Non si diede per vinto, e alla vigilia della prima guerra mondiale organizzò una nuova spedizione a bordo dell'Endurance. Se non era riuscito ad essere il primo uomo a raggiungere il polo sud voleva essere il primo uomo ad attraversare il continente antartico. Ovviamente a piedi.
Ma si vede che la fortuna non aveva nessuna intenzione di aiutare gli audaci e così l'Endurance si ritrovò vittima di condizioni atmosferiche tanto sfavorevoli che restò imprigionata nella banchisa ben prima di attraccare nel luogo da cui era previsto iniziasse la spedizione. Shackleton e i suoi uomini abbandonarono la nave portandosi dietro le scialuppe di salvataggio.
Per l'esattezza, trainandole a mano.
Del resto se vuoi tornare indietro dall'Antartide non puoi chiamare un taxi.
Soprattutto quando il terreno su cui ti trovi è di ghiaccio.
E sta per sciogliersi.
La spedizione ancora prima di iniziare era già fallita: restava il problema di ritornare vivi.
Grazie alle scialuppe riuscirono a raggiungere l'isola Elephant.
Non esattamente un villaggio valtur, ma almeno erano vivi ed avevano provviste. E l'isola non è soggetta a scioglimento. Un grande passo avanti se ci pensate.
Shackleton ordinò ai suoi uomini di aspettarlo sull'isola e con due volontari intraprese un viaggio di 700 miglia marine per giungere alla più vicina isola abitata, la Georgia del sud, nelle Falkland, nel cui porto di Grytviken si trovava una base scientifica.
Era praticamente un'impresa senza speranza.
700 miglia su una scialuppa di salvataggio in mezzo al ghiaccio.
Senza alcun modo di comunicare.
Completamente in balia del tratto di mare più burrascoso del pianeta.
In tre.
Incredibilmente arrivarono sull'isola.
Ma la fortuna ancora si prese gioco di loro e approdarono sulla costa sbagliata, quella disabitata.
Dovettero attraversare a piedi il ghiacciaio che taglia in 2 l'isola per tutta la sua lunghezza.
Attraversare.
Un ghiacciaio.
A piedi.
E ci riuscirono.
Non so cosa darei per avere una fotografia della faccia degli scienziati della stazione quando si videro spuntare davanti agli occhi questi tre fantasmi.
Tornarono a prendere gli altri sull'isola Elephant.
Schakleton non perse un solo uomo in una delle spedizioni più difficili e sfortunate della storia delle esplorazioni.
L'unico a rimetterci il dito di un piede per assideramento, fu un giovanotto di 16 anni che s'era imbarcato sulla nave clandestinamente.
Oltre alla fortuna anche l'ardire della gioventù non sempre aiuta gli audaci.
Ma Shackleton non si diede per vinto.
Tornato a Londra organizzò un'altra spedizione in Antartide: l'obiettivo scientifico questa volta non era chiaro. Ma l'equipaggio c'era, composto per lo più dagli stessi uomini dell'Endurance, e Shackleton era riuscito di nuovo a farsi finanziare.
Salparono da Londra salutati da una folla enorme.
Attraccarono di nuovo a Grytviken in attesa delle migliori condizioni per intraprendere il viaggio.
Quando sembrava che le cose stessero per girare nel verso giusto e si stava preparando la partenza, Schakleton fu colto da un attacco cardiaco e morì.
Ancora una volta la fortuna non lo aveva aiutato.
Io non so se Schackleton fosse un pazzo o semplicemente un incompetente o solo uno di quelli che la sorte si diverte a prendere in giro.
Perché a volte ti manca davvero soltanto un po' di fortuna perché il tuo sogno migliore diventi vero.
Quello che so è che la vita sarà anche bella.
Ma non è per niente leale.