Guidi per stradine di campagna che non conosci. Non c’è neanche un bar o un posto dove fermarsi a chiacchierare. Mi lanci sguardi interrogativi. Ti guardo. Ridiamo.
“Perché?”, mi chiedi. “Perché cosa?”, ti chiedo. Ridiamo.
Continuiamo a infilare stradine su stradine, rischiando di perderci in questa campagna piatta fin oltre l’orizzonte. Le poche persone che incrociamo ci scrutano come alieni. Ridiamo.
“Perché?”, continui a chiedermi. “Perché sono pazza”, ti rispondo nel modo più razionale che conosca. Scuoti la testa perplesso. “E’ così brutto?”, ti chiedo. “No, anzi”, mi rispondi serio.
La radio è accesa ma non l’ascoltiamo. Ci guardiamo intorno chiedendoci dove siamo.
“Sì, sei pazza”, sussurri lanciandomi l’ennesima occhiata. Ti sorrido, so di non esserlo, ma va bene così. Mi basta leggere nei tuoi occhi che sei contento di vedermi.
“Hai uno sguardo strano”. Io? Sì, vero, sono felice. In questo momento pescato dal nulla, voluto e cercato, sono semplicemente felice di star qui a chiacchierare con te. Non è bello? “Sì, molto… ma perché io?”
Smettila di chiedermi e chiederti perché: non c’è risposta. E’ pazzia, per quello che possa significare per te. Per me è normale e te lo dico fingendo di pensarci un po’ su. Ridiamo.
Basta soltanto un poco di tempo, rubato agli impegni, per essere felice. Girando a vuoto per chilometri in cerca di un bar, di un posto per chiacchierare. Basta qualche albero di mele per fare un po’ d’ombra e fermarsi. E sono parole, odori e sapori che si fissano sulla pelle e non se ne vanno via. Basta abbracciarsi, stretti, come naufraghi nella tempesta. Con le mani che tremano e gli occhi lucidi. Tu chiamale se vuoi… emozioni.
Ed ecco un bar. Piccolo, sulla statale. Noi due seduti a chiacchierare. E le domande senza risposta, i dubbi, cercando di spiegare, di capire. E “ti voglio bene”.
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