Ham Ham Hamtaro!

Utente: Cappuccina
La donna che credeva di non avere più tempo

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giovedì, 21 febbraio 2008

Perchè alla fine si va avanti.
Come le scie di aerei senza ali. Come il bianco dei cuori senza più cuore.
Nei giorni di febbraio, quando dentro non c'è più spazio
Quando dentro è un mare in tempesta:
Quando stringi un nome, quando lo scrivi sui muri.
Quando mi scopro fragile, senza motivo e per un attimo mi siedo, altrimenti stavolta cado.
Perchè se leggerezza non è cosa di questo momento, io gravito ancorà un po', nel sole caldo di questo febbraio che sembra un'estate infinita.
Perchè in fondo l'estate, non è finita.
E sussuro cose al mio cuore. Perchè certe vertigini, vanno dette piano.
E con le ore si definiscono contorni, spazi, musiche...
Prendo fiato, mi muovo a piccoli passi, il cuore che fa male, ma vuol resistere a vedere, vuol vedere quello che la vita sta scrivendo. Farà male?
Quanto farà male e a che scopo?
Paura di restare con un sogno in mano, paura di non viverlo fino in fondo, il mio ballo infinito tra questa musica e acuti che strappano la  pelle.
Ogni singolo battito ora deve aver un suono sereno, non mi posso più permettermi di "stonare" o di andare fuori tempo.
Bisogno di vivere quotidianamente quel che insegno da una vita.
Bisogno di trovare il mio posto in una calda coperta da ui non uscire più...e godermi quel calore che tanto voglio.
Solo per me...

"C'è sempre la musica accanto.
Che carezza il cuore.
Che spezza le mani nella notte.
 Che senza, tutto sarebbe senza!.

Sorseggiato da: Cappuccina quando erano le ore 13:46 | Link | commenti (2)
categoria:pensieri, pensieri dolci, pensieri stagionali
martedì, 05 febbraio 2008

Da piazzale Roma già si capisce che la città è avvolta da un velo bianco che rende lattiginosa persino la laguna.
Appuntite goccioline d'acqua sospese nell'aria spilleggiano il viso mentre il vaporetto per Piazza San Marco scivola fluido sull'acqua.
Paesaggio spettrale intorno che evoca un brusio di vite passate:gondole di smalto nero con fregi in oro che trasportano dame sospirose di noia, spronfondate in balle di crinoline e pizzi (chissà dove vanno così imbellettate di prima mattina); popolane che ciacolano tra loro da una finestra all'altra...toh, a un bambino è caduta la palla di pezza in laguna e si sporge a guardare il mucchietto di stracci arrotolati che sprofonda lentamente insieme al suo sorriso. Spettri di energia insinuati tra le crepe di quei mattoni rosicchiati dalla salsedine.
Lo scenario di Piazza San Marco è maestoso e ogni volta mi toglie il fiato.
Dopo la corrosione implacabile che il tempo ha operato sulle facciate di molti palazzi, qui se ne celebra l'impotenza. Sotto ogni cielo, luce e colori la piazza incanta e affascina tanto la folla degli stranieri che il visitatore occasionale come me.
Ma oggi, tra il bianco delle pietre e il grigio dei piccioni, balugina una piccola stele color oro.
Via via che la distanza tra me e lei si restringe, riesco a mettere a fuoco la forma immobile:
Ravviso una testa di sfinge (o di faraone?) in un corpo irregolarmente conico.
Rimasuglio della Biennale, mi dico, una delle tante stranezze che lascia attoniti i visitatori.
Una "cosa" che sa molto di kitch e poco d'arte. Apperò...eppure si muove! Qualcuno ha lasciato tintinnare una monetina ai suoi piedi e la testa si è appena genuflessa. Lo stupore si blocca a mezz'aria nel ricciolo di vapore che esce dalla mia bocca come un fumetto senza didascalia. Dalle parte opposta della piazza un gruppo di persone fotografa una statua bianca, altri la osservano con volto pensieroso. Decisamente la giornata delle meraviglie.
Lascio la sfinge e mi avvicino alla "cosa due". Ora potrei toccarla, sfiorarla con le dita ma resto inchiodata come lei.
Realizzo che le "cose" sono persone...e tanto ci voleva, mi dico. Ma ciò che in questo momento mi sconcerta è l'attenzione della gente, compresa la mia. Piazza San Marco immobile nei suoi secoli di storia, sembra solamente la quinta di un palcoscenico dove le due statue umane sono muti attori di una commedia ancora da scrivere.
Attori rinchiusi nell'immobilismo di una statua. Non un battito di ciglia nel candore del volto, non un cedimento impercettibile del corpo. Mi viene in mente "La dolce indifferenza dell'animo - Elogio della lentenza" di Owe Wikstrom e il quando?" che è la domanda percorrente di tutto il libro.
Quando saprò fermarmi per pensare alle cose che davvero contano nella vita?
Quanta forza interiore si può esprimere nella lentezza, abituati come siamo all'accelerazione frenetica che azzera le distanzi spaziali?
Sarà per questo che rimaniamo sconcertati a osservare le statue umane: in fondo  è sempre l'uomo che stupisce l'uomo.

Sorseggiato da: Cappuccina quando erano le ore 14:59 | Link | commenti (2)
categoria:pensieri, pensieri spensierati, pensieri dolci, pensieri evaporati, pensieri stagionali